Cosa mi succede in questi giorni… Ho passato l’estate a lavorare e studiare per un esame molto difficile che ho passato qualche giorno fa, avevo la mente impegnata ed ora mi ritrovo a pensare a fatti, di mesi e anni fa, che pensavo di aver chiuso definitivamente; invece mi rendo conto di averli soltanto messi da parte. Non è una buona cosa, perché mi rendo conto di essermi illuso di aver affrontato un percorso ed invece non è cambiato proprio niente in metà della mia vita. La verità è che i problemi interiori non si risolvono, si dimenticano, si nascondono con mille impegni, ma rimangono sempre lì e prima o poi tornano fuori. So già cosa bisogna fare e cioè imparare a conviverci, fare in modo che i propri problemi non finiscano per condizionarci la vita. Ma è troppo difficile, è sconfortante pensare che buona parte dei miei problemi siano causati dall’indifferenza e la cattiveria che ho subito, dal non aver avuto amici per un lungo periodo, dai miei genitori opprimenti che pensando di aiutarmi mi hanno reso la vita più difficile togliendomi l’unica cosa di cui avessi veramente bisogno: la tranquillità, e da tutte quelle persone che mi hanno trattato come uno straccetto usandomi quando faceva comodo e mettendomi da parte quando non servivo più, passando coi loro piedi sporchi sui miei sentimenti come fosse una cosa di nessuna importanza. La cosa curiosa è che praticamente chiunque al mio posto avrebbe un’autostima pari a zero, ed invece per me non è così, perché ci sono cose che sono inattaccabili dagli altri, quel giardino incantato del mio mondo insomma, che non risente di tutto ciò che avviene fuori. Ma mi fa una rabbia quando io dimostro di tenere al rapporto umano con qualcuno e questo lo getta via come fosse niente, e pure il rimpianto di non aver mandato a fanculo persone che lo meritavano.
In poche parole, i miei problemi riguardano il rapporto tra me e gli altri, non quelli con me stesso, nemmeno con l’omosessualità, che non è problema, al massimo causa problemi come quello di impedire un certo dialogo coi miei genitori che non sono mentalmente in grado di capire e quello di non trovare un ragazzo per i motivi che ho spiegato tempo fa.
In questo periodo mi sono sentito doppiamente stanco, per il lavoro che è stato alienante e stancante e per tutte le situazioni in cui mi ritrovo e che mi sconfortano e quella sensazione di non avere via di fuga. E adesso che il lavoro è concluso mi ritrovo a dovermi riorganizzare da capo e doverci fare l’abitudine.
Poi mi sento solo. Ovviamente non è una novità perché con la solitudine ci convivo da sempre, ed è inevitabile quando si vive in un piccolo paese della Sardegna dove non si hanno amici. Avere amici così sparsi e lontani e vederli raramente dà una sensazione di vivere fuori dal mondo, di vedere la vita che scorre dietro ad un vetro e stare dall’altra parte a guardare senza poterci fare niente.
Ma il fatto è questo: ci sono persone che si crogiolano nel loro senso di solitudine e dicono “ma io sono sempre solo, a nessuno importa di me, tutti mi lasciano da solo” e poi sono i primi a cacciare gli altri, a rendersi indisponibili, invece io mi sono sempre sforzato di conoscere gente nuova, cercando di superare le mie paure e di affrontare il mondo. A qualcosa è servito, indubbiamente, ma non basta perché ho colmato solo in piccola parte questo vuoto affettivo.
Ma poi la colpa di questa situazione è mia e non lo è allo stesso tempo, beh non è colpa mia se ho un carattere di merda, forgiato da tante delusioni e da tante disillusioni. Però è anche mia perché ho compiuto tante scelte sbagliate.
Faccio un esempio: alle elementari avevo qualche amico della classe dove stavo, alle medie io venni messo in una classe e gli altri 3 in un'altra (una possibilità su 8 di essere così sfortunato) e così successe che ci perdemmo di vista e svanì l’amicizia. Ora potrei dire che la colpa è loro perché quando li cercavo si mostravano indifferenti. Ma si può dare la colpa a degli 11enni di allora? Non gliene do, però a causa di quegli episodi non ho amici di infanzia che avrei potuto avere se le cose fossero andate diversamente.
Vorrei andare via ma allo stesso tempo rimanere qua, perché se dovessi immaginare una mia vita ideale sarebbe qui in Sardegna, con un ragazzo che mi ami, in una villa con un giardino ENORME, con la possibilità di andare a trovare i miei amici sparsi per il continente ed un lavoro decente. Bene, tutto questo non è concretamente possibile e quindi in futuro dovrò fare delle scelte e rinunciare a qualcosa. Se voglio rimanere qua dovrò rinunciare ai sogni ed accettare di vivere in uno stato di mediocrità nel quale non mi riconosco. Se andrò via dovrò convivere con un senso di nostalgia perenne, dovrò imparare a vivere con gli altri, cosa che non ho mai imparato anche per via dell’inerzia che fa parte del mio carattere. Quindi uno stato di felicità ideale non è raggiungibile e devo cercare di stare bene comunque.
Ma poi trasferirsi è facile a parole, ma ci vogliono soldi, e tanti! Perché in una cosa il mio mondo si scontra con quello reale, nel mio mondo contano la cultura, il senso dell’arte, il valore della conoscenza scientifica; nel mondo reale conta solo una cosa: fare soldi, e par fare soldi ci vuole capacità imprenditoriale, conoscenze, visibilità… cose che io non ho.
E quindi?
“Per un momento io lascio la vita sospesa negli angoli, e mi abbandono all’umana certezza di essere fragili, volteggio piano nel vuoto d’amore, apro i miei occhi nel blu, di questo cielo... così… grande…”
(Patrizia Laquidara – L’equilibrio è un miracolo)
